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Al Direttore | 30 maggio 2016, 14:35

Ucciso nel 1945 per trenta paia di scarpe: il racconto di Nicolick

Ucciso nel 1945 per trenta paia di scarpe: il racconto di Nicolick

 

Qualche mese fa, venni a conoscenza di questo crimine leggendo dei documenti liberamente consultabili presso L’Archivio di Stato di Savona ( Denunce Penali 1945 ), si trattava di una scomparsa della primavera del 1945, associata a un furto, un furto di calzature nuove, dopo aver trovato il cognome dello scomparso, cercai i parenti della vittima ancora viventi interpellandoli per telefono e chiesi loro se avevano notizie successive sul loro congiunto per meglio approfondire il fatto. Mi risposero che non avevano interesse a risollevare la cosa e che volevano dimenticare l'accaduto, rimasi stupito. Poco convinto delle loro argomentazioni,riflettendo, valutai che la memoria di una persona sicuramente assassinata, si onora anche ricordando l’ingiustizia che ha subito e decisi di scrivere le righe che seguono. Tutto è supportato da documenti ufficiali dell’Archivio di Stato.

Siamo nel giugno del 1945, Raimondo P. di anni 48, assolutamente non Fascista e senza alcun interesse per la politica, si reca da Savona a Vigevano per acquistare un certo numero di scarpe, probabilmente per farne commercio. Vigevano è tuttora il centro calzaturiero per eccellenza e lo era anche negli anni 40. Raimondo ha una famiglia a Savona, la moglie si chiama Elvira, una brava donna, che visti i tempi cupi, trema per il marito ogni volta che esce di casa.

C’era pericolo per tutti, per i fascisti Repubblicani e soprattutto per chi avesse delle merci che potessero fare gola a qualche bandito che agiva sotto la copertura da partigiano.

Il 10 giugno 1945, alle ore 10, Raimondo esce di casa e inforca la sua bicicletta, abita in centro cittadino, a pochi passi dal Teatro Gabriello Chiabrera, deve recarsi in seguito ad una convocazione verbale, presso il Comando Partigiano della Brigata “Clelia Corradini”, sita a Vado Ligure, sulla strada che conduce a Segno.

Raimondo va verso il luogo della convocazione, pedalando sereno e tranquillo, perché già in precedenza, era stato fermato ed inquisito dalla polizia ausiliaria partigiana e rimesso immediatamente in libertà, dato che a suo carico non era emerso nulla che lo potesse fare arrestare.

Sul portapacchi della bicicletta, porta una valigia che contiene la sua merce, una trentina di paia di scarpe acquistate a Vigevano e di cui probabilmente vuole fare commercio, molto probabilmente quella fu la causa della sua sparizione. Quel giorno, infatti Raimondo non fece ritorno a casa, e nonostante le ricerche fatte dalla moglie in seguito, nulla si seppe della sua sorte e , piccolo particolare non privo di importanza, delle trenta paia di scarpe che viaggiavano con lui. Forse quelle scarpe erano state calzate da qualcuno dei suoi assassini che ci aveva camminato a lungo, dopo la sua scomparsa.

Poi, qualcosa accadde tre anni dopo, esattamente il 31 ottobre 1948. Un certo Sebastiano M. abitante nella stessa via dove risiede la moglie, la avvicina e afferma di aver saputo da altra persona, Nello S. , operaio presso la Monteponi, una industria di Vado Ligure, che Raimondo, sarebbe stato ucciso tre giorni dopo l’uscita da casa, precisamente , il 13 giugno 1945 alle ore 10, e interrato in modo sommario sulle alture di Segno. Aggiunge anche di conoscere il cognome di chi lo ha seppellito, un non meglio precisato “Semenza” di Segno. Quindi chi ha sepolto il cadavere di Raimondo, dovrebbe conoscere per forza la localizzazione della tomba e potrebbe dare indicazioni al suo ritrovamento. Elvira, colma di speranza, si mette alla ricerca di Nello S., il quale le conferma che suo marito si trova interrato sulle alture di Segno e le fissa un appuntamento con Semenza, presso una trattoria Savonese in Via Mistrangelo, denominata Oddone. La donna , si presenta all’appuntamento, a cui né il Nello S. né il Semenza si fanno vivi.

A questo punto, Elvira per evitare ulteriori delusioni, decide di presentare un esposto alla Procura della repubblica di Savona, in cui il 23 novembre 1948, testualmente scrive : “Indipendentemente dalla procedura penale che deve instaurarsi contro i responsabili dell’omicidio, la esponente ha interesse di conoscere ove è sepolto suo marito, non fosse altro che per accertarne il decesso a tutti i fini ed effetti di legge in quanto il Raimondo P. allo stato civile risulta tuttora vivente Capo famiglia e Elvira C. coniugata con lo stesso.”

Poi dolorosamente aggiunge “ Il riconoscimento del proprio marito è agevole poiché aveva come segni particolari i polpastrelli delle dita mani conformati in modo particolare a bacchetta di tamburo, aveva la dentiera superiore finta e non aveva neppure un dente nella parte inferiore.”

“Non sarà difficile alla S.V. Ill.ma chiamare al Suo cospetto Nello S. che lavora allo stabilimento Monteponi di Vado Ligure per avere tutti i chiarimenti del caso sia per determinare ove trovasi il cadavere del Raimondo P. e procedere al suo riconoscimento, sia per scoprire e procedere contro gli autori dell’assassinio fatto a solo scopo di derubare il Raimondo sia delle scarpe, della bicicletta, dell’orologio non di oro, della catena questa invece di oro e quant’altro aveva indosso. Si mette a disposizione per tutti i chiarimenti del caso mentre ringrazia ed ossequia.”

Le indagini della Procura , purtroppo tardive, non portarono a nulla e gli assassini continuarono a girare indisturbati impuniti dalla giustizia degli uomini ma non da quella di Dio e le spoglie del povero Raimondo non hanno ancora avuto il conforto di un fiore e di una preghiera.

Roberto Nicolick

 

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